
Ogni volta che esco da casa controllo le bombole di ossigeno. Una per me, tre – una per ognuno – dei miei tre figli. Ho stretto bene le cinghie sulle loro spalle e ho controllato che le maschere fossero ben aderenti al viso. Senza perdite. Senza errori. Solo allora ho aperto la porta. Dentro casa respiriamo senza strumenti. Il nostro sistema domestico produce ossigeno a sufficienza per tutti. È uno dei tanti vantaggi della nostra vita. Fuori, invece, l’aria non basta più.
Siamo usciti nel parco. I bambini hanno iniziato subito a correre, mentre le loro bombole tintinnavano leggermente e loro ridevano.Il parco è perfetto. Una grande superficie liscia, senza alberi, senza cespugli, senza erba. Solo pavimentazione chiara e uniforme. Nessuna foglia da raccogliere, nessuna radice su cui inciampare, nessun animale che possa venirci incontro.
Tutto è meravigliosamente pulito, ordinato e sicuro. Non è sempre stato così.
Tutto è iniziato lentamente, molti secoli fa. Intorno al XVI secolo gli esseri umani hanno cominciato a tagliare gli alberi con sempre più determinazione. Le foreste diventavano campi, i campi diventavano città, le città diventavano distese di cemento, vetro e plastica. Era inevitabile dato che noi umani siamo la specie più intelligente del pianeta, e gli esseri intelligenti dominano ciò che li circonda.
Gli animali sono stati i primi a sparire. Non potevamo permettere che creature selvatiche rovinassero quello che avevamo costruito. Così abbiamo catturato tutti gli animali liberi e li abbiamo “sistemati” negli zoo, nelle case, negli allevamenti. Gli ultimi animali liberi sono spariti 50 anni fa.
Non ci sono più rondini nel cielo. Non ci sono più lupi nei boschi.
Non ci sono più pettirossi sui rami. Del resto, non ci sono più rami.
Le piante sono state più difficili da eliminare. Non hanno un cervello, ma possiedono una determinazione ostinata. Tagliavamo, e ricrescevano. Bruciavamo, e tornavano. Per secoli abbiamo continuato a disboscare. C’erano anche persone contrarie ai nostri obiettivi, dicevano che gli alberi erano necessari. Parlavano di equilibrio, di vita, di futuro, di ossigeno, di ecosistema. Noi sapevamo che erano sciocchezze, superstizioni romantiche.
Illusioni da sognatori. E’ stato facile ridicolizzarli. Li abbiamo ignorati, erano pochi. Abbiamo vinto.
Ora gli alberi non esistono più.
I bambini hanno rallentato la corsa e si sono fermati vicino a me. Il più piccolo, Ulisse, mi ha guardata attraverso il vetro opaco della maschera.
«Mamma?» ha chiesto.
«Sì?»
«A scuola ci hanno detto che una volta gli alberi coprivano tutta la Terra. È vero?» Ho annuito. Lui è rimasto in silenzio per un momento, pensieroso.
«E a cosa servivano?» Ho guardato il cielo sopra di noi. Era vuoto. Perfettamente vuoto. Poi ho risposto.
«Facevano molte cose.»
Mi sono fermata un istante.
«Ma soprattutto ne facevano una.»
Il bambino inclinò la testa.
«Quale?»
Ho indicato la bombola sulla sua schiena.
«Facevano questo.»
Per un momento nessuno ha parlato. Poi i bambini hanno ricominciato a correre. Le bombole oscillavano sulle loro spalle, leggere, indispensabili. Io sono rimasta ferma a guardarli.
E per la prima volta ho pensato che forse — solo forse — la specie più intelligente del pianeta aveva fatto l’errore più stupido della sua storia.

cronache dal 3026